Francesca Campora

“C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce” (Leonard Cohen)

Anno nuovo.

Si inizia, ancora una volta.

Perché, per fortuna, si sa, non c’è un solo inizio. La storia è fatta di infiniti “punto e a capo” e, le nostre singole vite iniziano, di nuovo, a ogni svolta o deviazione.

Che sia per caso, per sorte o per volere nostro o di altri, dietro ogni angolo, dopo ogni bivio, può celarsi un nuovo inizio.

Alcune tradizioni, ancora fin troppo attuali, vogliono che al nuovo inizio si faccia spazio liberandosi del vecchio: si gettano i cocci rotti dalla finestra, quasi portassero male, quasi fosse impossibile l’arrivo del nuovo o del meglio, senza prima un gesto estremo, una sorta di tabula rasa materiale e spirituale.

Negazione e annullamento del dolore, dell’imperfetto, della fatica, dell’errore. Liberazione dall’obbligo del consueto.

In uno spazio così svuotato, sembra però possa approdare solo un “nuovo” provvisorio, comune, impersonale…quasi un bene di consumo, un’immediata soddisfazione priva di radici e senza storia, un bello “leggero”, adatto a chiunque e a qualunque passato, subito vecchio in pochi mesi o settimane, mai davvero inseguito, mai davvero voluto…pronto per essere gettato dalla finestra e far spazio all’ennesimo nuovo inizio.

E se lo spazio giusto per un nuovo inizio fosse invece nella densità e nell’affollamento di tutto il prima? Se il senso di un nuovo inizio non fosse nella novità ma nel rinnovamento?

Se non si trattasse di liberare e svotare ma solo di creare un nuovo ordine? Di ricomporre i pezzi e tenerli assieme con nuova materia e nuova energia?

Iniziare di nuovo sarebbe per ognuno diverso e sempre possibile, al di là del rito manifestato, nelle pieghe autentiche della vita di tutti i giorni. Nuove direzioni di un unico percorso. Dove il senso si comprende di deviazione in deviazione e tutto il significato si legge solo alla fine.

Saper riconoscere i propri cocci, avere il coraggio di raccoglierne alcuni e di lasciarne altri, desiderarli ancora e cercare per loro nuove forme e nuovi scopi, donare loro nuova bellezza ricomponendoli con cura e originalità. Lasciare che dalle fratture trapelino nuove possibilità e ricordare, a noi e agli altri, con cicatrici d’oro lucente, la gioia degli spiragli e dei raggi di luce.

Lo spirito non conosce tabula rasa, avanza da delusioni, insegue speranze, ricorda e perciò sogna.

Cerca nuova luce per proseguire il proprio cammino.

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  • Kintsugi

Arte giapponese che prescrive l’uso di un metallo prezioso – che può essere oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro – per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, esaltando le nuove nervature create. La tecnica consiste nel riunirne i frammenti dandogli un aspetto nuovo attraverso le cicatrici impreziosite. Ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la ceramica si frantuma e delle irregolari, ramificate decorazioni che si formano e che vengono esaltate dal metallo.

L’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite, è la delicata lezione simbolica suggerita dall’antica arte giapponese del kintsugi.