Francesca Campora

Futuro. Una parola piena di suggestioni, rimandi e visioni. Una parola magica che sembra sganciare dalla necessità del presente e dall’immutabilità del passato.

Futuro può essere tanto, persino oltre l’immaginabile. A volte è tutto (troppo), quando si smette di riconoscere l’importanza del qui e ora. Cioè di tutto quello che, realmente ci riguarda.

Futuro evoca possibilità, incognite, sorprese e a volte paure.

Futuro è mettere da parte i soldi per fare un viaggio e studiare ogni tappa, prepararsi per un appuntamento tanto atteso e immaginarne i dettagli, disegnare sui banchi di scuola il lavoro che si vorrebbe fare da grandi. Gustarsi il meglio di quanto potrà essere senza scordare che molto (il più?)  dipende da quello che stiamo facendo ora. Futuro sgancia, ma solo parzialmente. Apre possibilità che, per realizzarsi, hanno bisogno anche (forse soprattutto) del nostro lavoro presente.

Futuro è stato un animale addomesticato, una ruota, una macchina a vapore, un missile verso la luna, una bomba nucleare. Futuro è stato anche predisporre la nostra stessa distruzione. Quando futuro è diventato una corsa sfrenata, smemorata e cieca in avanti, nell’illusione di superare limiti che in realtà sono condizioni essenziali alla vita stessa.

Futuro è sempre dopo un oggi, grazie a un ieri.

In questo tempo segnato da continue emergenze ambientali, sociali e sanitarie, sempre e solo riconducibili al modo deviante in cui abbiamo interpretato il nostro ruolo sul pianeta, ad essere in discussione è proprio il futuro. Così tanto sganciato, scollegato, zoppo e farneticante da non poter rappresentare la prosecuzione di alcunchè.

Abbiamo tralasciato qualcosa, siamo arrivati fino a qui, i più di noi, senza neanche sapere come e perché. Stavamo correndo verso un futuro svuotato di umanità, di progettualità, di senso. Un’idea finalizzata al trionfo di pochissimo grazie all’asservimento di tutti e tutto.

Abbiamo tralasciato qualcosa. Dietro di noi. Poco alla volta ma inesorabilmente. Il senso, l’equilibrio, la misura. Del nostro essere e del nostro agire.

Siamo tornati a cercare, il tempo è poco. Nella storia, tra le tradizioni, lungo i cammini, dentro le chiese, in mezzo alle piazze, tra i campi coltivati, sotto il sole, alzando gli occhi dal cellulare, pulendo una spiaggia, fermandoci, finalmente, ad ascoltare, nel vuoto, l’eco di un richiamo originario. Quello che ti porta a inginocchiarti per toccare di nuovo la terra, sentire la tua appartenenza, tornare a essere pesce e uccello.

E quando finalmente trovi e riconosci qualcosa, d’un tratto sembra impossibile essersi allontanati così tanto. Era già tutto lì, sotto i nostri occhi, evidente, chiaro, necessario. Bello e perfetto.

Domenica era l’onomastico di tutti noi che abbiamo la fortuna di chiamarci Francesco/a.

Ho ritrovato qualcosa, ma era sempre stato lì, semplicissimo e fortissimo, perché potessimo ricordarci di noi e prenderci cura di tutto, anche del futuro.

“Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le creature, specialmente per il signor fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu tramite lui ci dai la luce. E lui è bello e raggiante con grande splendore: te, o Altissimo, simboleggia.

Lodato sii o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai create, chiare preziose e belle.

Lodato sii, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; per quello nuvoloso e per quello sereno, per ogni stagione tramite la quale alle creature dai vita.

Lodato sii mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.

Lodato sii mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. Egli è bello, giocondo, robusto e forte.

Lodato sii mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento e ci mantiene: produce diversi frutti, con fiori variopinti ed erba.”

Cantico delle Creature, San Francesco D’Assisi, 1224 d.C.

Strumento per il futuro.

 

 

 

Foto di Bela Geletneky da Pixabay