Francesca Campora

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”

(F. De Abdrè, Via del Campo)

 

Basta ascoltare.

E il mondo è pieno di storie e tutte portano un seme. A noi la libertà di scegliere e l’opportunità di coltivare.

 

Un sabato mattina, nella sala d’attesa dell’oculista.

È la giornata dei bambini: niente scuola, ritmi diversi e un po’ più di concentrazione per collaborare alla visita.

Magia della LORO presenza – tra un “dai Pietro, smettila di nasconderti dentro al cappuccio, vedrai che le gocce non bruciano, è come andare in piscina!”, un “Anna, possibile che ogni volta che arriviamo in un posto tu debba andare in bagno? Quante volte ti ho detto di fare la pipì prima di uscire di casa!”, una manina acchiappatutto-appiccicosa sparata sul vetro della finestra e una scia di briciole di biscotto utile in caso di smarrimento nel fitto bosco di ambulatori e macchinari – la vita è piena di promesse.

In questo clima un po’ chiassoso, un po’ familiare, fa il suo ingresso un anziano signore, ordinato e comodo nel maglioncino di lana ben stirato, sorriso solido e ampio, passo deciso, gesti morbidi e sicuri, energia per essere il marito, il papà e il nonno di tutti noi presenti e oltre.

Gli do 77 anni, chissà perché. Forse mi ricorda mio padre. Assieme siamo arrivati fin lì.

In ogni caso tra i 75 e i 78, non un anno di più. Ha una bella voce, calda, rassicurante…con la coda dell’orecchio – mentre ascolto Carola leggere un libro sul ciclo di vita delle rane – lo sento parlare con l’infermiera e presto non posso farne a meno…resto impigliata…prima con la coda dell’orecchio, poi con tutto l’orecchio…poi anche con l’altro…

Ci sono, ti ascolto, mi sa che qui c’è un seme. Carola mi perdonerà, lei prosegue altrettanto rapita, tra uova, foglie e girini…

Lui racconta. Di anni ne ha 93. (com’è possibile penso io, da dove arrivano questa nitidezza, questa forza, questa compattezza del corpo e dello spirito? Da dove arrivano quella pelle e quella schiena dritta? E questa gioia calma che improvvisamente ha riempito i buchi tra un bambino e l’altro?). Peccato che gli abbiano tolto la patente lo scorso anno. Guidava tanto volentieri e poi era utile per portare Anita a fare le visite. Sono tante, ma tutte importanti e necessarie. Poco male, ora si va con i mezzi.

Eh sì, perché lui da qualche tempo ci vede meno bene ma Anita la vista l’ha persa del tutto.

Tutta d’un colpo. Quella mattina di 8 anni fa.

…ecco la storia…

Anita aveva 76 anni, era mattina molto presto e in giro c’era poca gente. Stava tornando dal supermercato. Era carica di sacchetti e, mentre entrava nel portone, una persona si è avvicinata per aiutarla. Le ha sollevato la spesa, gliel’ha portata davanti alla porta di casa.

Ma non se ne andava proprio più e quando Anita ha capito le brutte intenzioni e ha provato a chiedere aiuto, un pugno forte, fortissimo l’ha colpita. Da quel momento il buio, per sempre.

“Io abitavo al piano di sotto, ci conosciamo da così tanto tempo. Ero rimasto vedevo da poco più di un anno, dopo 59 anni di matrimonio e alla sera non mi addormentavo facilmente. Così capitava che al mattino dormissi di più e quella mattina proprio non mi sono accorto di nulla. Verso le 9 mi ha svegliato il rumore dell’ambulanza e il campanello della porta di casa. Era la figlia di Anita, disperata, che mi raccontava tutto quello che era successo.

Quella ragazza l’ho vista bambina e in quel momento era tornata piccola, proprio come quando correva su per le scale con la cartella della scuola. Così sono corso con lei all’ospedale e da quel momento non ho smesso di prendermi cura di Anita.

I figli abitano tutti e due lontano e faticano tanto per il loro lavoro, che non è mai troppo sicuro. Gli ho detto di non preoccuparsi, che la loro mamma non sarebbe mai rimasta sola. Ho fatto la mia parte insomma. Che diavolo, ci mancherebbe! Cosa avrebbe fatto lei? Cosa avreste fatto voi? Semplice no?

Certo i primi tempi sono stati durissimi. Non per me, non mi fraintenda! Per Anita ovviamente. Abituarsi all’oscurità, tutti gli interventi per riscostruire il viso, tornare ad aver voglia di uscire di casa…

Piano piano ce l’abbiamo fatta.

Che donna straordinaria! Non vede nulla eppure cucina, non si stanca mai. Pensi che non mangiamo mai la stessa cosa in una settimana. Eh sì, perché poi io sono salito a vivere con lei. E pure io ho imparato a cucinare, mi ha insegnato tutto l’Anita. Facciamo le orecchiette assieme e se uno la vedesse solo per quell’istante non immaginerebbe mai che le sta facendo senza per poter guardare.

Ma lei vede. Sì sì, la mia Anita vede comunque. Ogni tanto alla mattina si sveglia e mi racconta quello che vede nei sogni e quando mi racconta di aver visto il cibo, ridiamo come matti…Anita è tornata a ridere.”

…ed ecco il seme…

Che fortuna essere stata proprio qui, oggi. Ad ascoltare, raccogliere e ringraziare.

Scusami Carola se non ti ho tirata fuori dal tuo stagno delle rane per farti incontrare Lucio ma la storia era un po’ forte e tu sei ancora piccola per sapere di pugni che buttano a terra le Anite e gli rubano la luce.

Ma questo seme lo tengo stretto e te lo passerò un giorno, insieme a tutti gli altri che ho collezionato e conservato, perché dovrai saperlo che nel mondo si c’è quello ma, soprattutto, c’è questo.

Ci sono i Lucio che non smettono di desiderare fiori anche quando davanti agli occhi hanno solo distese di letame. Ci sono i Lucio che, alla fine, trovano sempre il modo di far nascere quei fiori.